giovedì 26 settembre 2019


Capitolo LXIX

1869
IL REGNO D’ITALIA
Il riordino dei comuni




Anno di disgrazia e fine di Peveranza come entità pseudo-autonoma e inizio del calvario come frazione di…..
Con Regio Decreto n. 4921 del 24 febbraio, il Re in persona (uellà) ci aggrega  a Cairate, e con noi Bolladello fa la stessa fine. Il paragone non regge, ma è da considerarsi come l’annessione del Lombardo-Veneto al nascente stato sabaudo, l’Italia la si faceva a suon di annessioni non certo paritarie, ovunque il bel piemontese infliggeva tasse e tributi per ripagarsi le guerre, ma in realtà per pagarsi la bella vita...[1] ALTRO CHE VULGATA RISORGIMENTALE…..
Regnava Vittorio Emanuele II e l’Italia muoveva i primi passi, si doveva riformare lo stato e lo si riformò, i piccoli comuni come Peveranza, furono accorpati in un amen ad altri e a noi toccò in sorte Cairate, se a Bolladello l’avevano presa come offesa personale arrivando quasi alla lotta armata, evocando come meglio collocazione Cassano Magnago in quanto più affine e più vicina, di quello che dissero i peveranzesi poco o nulla si sa. E come dar loro torto diremmo noi, ben giustificando la vicenda con una semplice osservazione incontrovertibile: tutta la nostra terra da secoli aveva come riferimento la Pieve di Gallarate…. A Peveranza comunque che potevano dire, eravamo circa 400/500 anime e quindi? Un po’ per forza un po’ per amore se ne fecero una ragione, ben sapendo che gli altri avrebbero sempre avuto da dire e da ridire sulle legittime richieste di casa nostra, e soprattutto come la storia sempre aveva dimostrato, il Beati gli ultimi, non era riferito a questa terra ma all’altra….. e quindi armandosi di santa pazienza e di buona volontà ci accingemmo a subire per l’ennesima volta il dominio vessatorio dei nuovi comunardi cairatesi, che in un amen iniziarono a replicare l’andazzo solito.
Ma l’Italia si costruiva ogni giorno e il progresso avanzava! e il Piemontese introdusse una delle gabelle più odiose che poteva instituire, la Famigerata tassa sul macinato; avendo sperperato patrimoni intere in guerre e guerricciole ma soprattutto svuotato per i propri favori personali le casse del Regno e ancor di più quelle degli stati annessi, il geniale Piemontese con la più che onorevole scusa dell’ammodernamento del novello Stato e del risanamento delle esauste casse statali (toh! una storia che non giunge nuova vero?) sempre per nobili motivi quindi, si prodigò nel colpire chi? Ovviamente il popolo; la “tassa della fame” colpì e fece traballare l’intero sistema economico minuto, cioè quello delle famiglie rurali e dei ceti più deboli, ci furono rivolte e moti, si contarono 250 morti almeno e più di mille feriti, ma allo stato centrale interessava solo una cosa: appianare debiti contratti da lor signori, a si sempre in “nome del popolo”. Sicuramente ne risentì anche la nostra amata Peveranza, ma tant’era abituata alla predazione che superò anche questa.
E così si arrivò alla fatidica data: nell’anno 1870 addì 20 settembre alle cinque, un colpo di cannone diede il via all’epica battaglia, i soldati del Papa non fecero altro che rimaner passivi e spararono qualche colpo di schioppetto sul campo rimasero 49 “italiani” e 19 pontifici[2], si aprì una Breccia in Porta Pia, come in una surreale battaglia pochi e malcapitati bersaglieri si trovarono al centro della più grande conquista del novello Regno, e procedettero così all’occupazione di Roma.
1871 il 27 gennaio, Roma Capitale d’Italia.
E Peveranza? Peveranza guarda con apprensione alle spese che il Parroco Maino si accinge a varare perché impegnato nella più grande opera che il paese potesse mai costruire: la nuova Chiesa Parrocchiale, di cui racconteremo a breve. 
Ma un’altra tegola si apprestava a cadere sulla testa dei peveranzesi.


[1] L. Del Boca, op. cit. pg. 77. Il Piemonte si avviava a diventare Italia. Tanto scrupolosi per i conti personali della famiglia, i politici sembravano assai disattenti quando si trattava dei bilanci dello Stato, al punto che tasse e prestiti non facevano che rincorrersi, senza raggiungersi, senza nemmeno avvicinarsi. Nei 34 anni intercorsi fra la caduta del regno di Napoleone Bonaparte e la Prima guerra di Indipendenza del 1848 il Piemonte accumulò 135 milioni di debiti. Nei dodici anni successivi, con il periodo «di preparazione» superò il miliardo: 1.024.970.595 lire.
[2] Lorenzo del Boca, op. cit. pg 26.

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