mercoledì 25 settembre 2019


Capitolo XXXXII

L A “MASSARIA” DI PEVERANZA



La Masseria è un bene che appartiene a terzi ed è amministrata da un Massaro, cioè un amministratore che dirige governa e gestisce terre e sedimi, in pratica il capofamiglia lavora e divide con il possessore dei fondi (il solito nobile o le congregazioni religiose) i frutti e gli utili della coltivazione stessa. La parola Livello[1] che ritroviamo in tutti gli strumenti pubblici redatti dal 1500 in poi (parlo di Peveranza ovviamente) ci da una forma più medievale del contratto di affitto con canone o censo. Come sappiamo nel nostro territorio, le proprietà principali fanno capo a concedenti/livellari come visto dal sommario del Catasto Teresiano.

ACCADE CHE NEL MESE DI MARZO DI NOSTRO SIGNORE…
La storia ogni tanto ci riconsegna tracce del passato che si pensava impossibile ritrovare. Questo breve capitolo è dedicato al cortile che fu di proprietà delle RR. Madri di S. Martino in Varese. 
Descrizione della Massaria del 1657
Consiste in una cucina in confine col sign. Canonico Antonio Castiglione con sopra una camera segue una stalla con sopra fienile, seguono tre altre cucine con sopra solari a tetto, n. 3. Con scale di legno, piede di cotto con sotto … due passi di portico in terra tutti coperti de coppi, corte e orticciolo coerenze con strada da una parte altra il sign Can. Antonio Castiglione, dall’altra strada e dall’altra Modesto e fratelli Castiglioni.
TOPONIMI - I toponimi già in uso per distinguere le pezze di terra:
Il Praventino, il Chioso et il Vignolo, Sgribba Superiora, Giudiego, Chiosetto, Prato Moscatello, Magarolo, prato Guascone, Bosco di S.to Vito, Selva da Cima, il Broletto in Cairate, terra avitata detta la Stopada, La Valalla.
Il Tetto in coppi di laterizio! Erano forse fatti nella fornace di Peveranza del Marchese Magenta o di chi v’era prima di lui in possesso?

NOTA A MARGINE: S.to Vito[2] è un toponimo che si ritrova nelle mappe catastali ottocentesche del territorio di Castelseprio, in prossimità del ponte sul Tenore, nominandosi così una strada Comunale dove vi era insediata una chiesa a lui dedicata, a testimonianza di ciò abbiamo il Liber del Bussero che ci tratteggia un “Castro Seprio. Ecclesia Sancti Viti[3]. Pur non avendo poi tracce successive e presumendo quindi una sua decadenza e distruzione, sappiamo dal Sironi[4] che: Ove quei di Castelseprio, di Rovate e Peveranza usavano, e usarono anche dopo il 1287, incontrarsi, ogni anno, forse in scia di antichissimi riti.
Era questa altresì una strada decisamente importante congiungendo questa Castelseprio a Rovate e oggetto di una decisa discussione tra i Rovatesi, badate bene i Rovatesi[5] e l’Archinti qui costruirono un ponte in territorio di Castelseprio, questo ci racconta di quanto fosse importante quella via di comunicazione, sbocco per quella comunità verso i territori di Castelseprio e soprattutto Cairate.


[1]Treccani.it livèllo2 s. m. [dal lat. libellus, propr. «libretto» (v. libello), poi «atto scritto, documento», e di qui il sign. che segue]. – Particolare figura di contratto agrario, largamente diffuso in Italia , per il quale un proprietario terriero (concedente) dava una terra in godimento ad altra persona (livellario), per un certo periodo di tempo e a determinate condizioni che può consistere sia in una somma di danaro sia in una quantità fissa di prodotti naturali. Lo stesso termine indicava anche ciascuno dei due documenti di ugual tenore che si scambiavano a reciproca garanzia il concedente e il livellario, e il compenso (di regola un canone annuo) che quest’ultimo era tenuto a corrispondere al proprietario.
[2] http://www.santiebeati.it/dettaglio/57300. San Vito fa parte dei 14 Santi Ausiliatori, molto venerati nel Medioevo, la cui intercessione veniva considerata particolarmente efficace nelle malattie o specifiche necessità. Il suo culto si diffuse in tutta la Cristianità, colpiva soprattutto la giovane età del martire e le sue doti taumaturgiche, è invocato contro l’epilessia e la corea, che è una malattia nervosa che dà movimenti incontrollabili, per questo è detta pure “ballo di san Vito”; poi è invocato contro il bisogno eccessivo di sonno e la catalessi, ma anche contro l’insonnia ed i morsi dei cani rabbiosi e l’ossessione demoniaca. Protegge i muti, i sordi e singolarmente anche i ballerini, per la somiglianza nella gestualità agli epilettici. Per il grande calderone in cui fu immerso, è anche patrono dei calderai, ramai e bottai. 
[3] A. Deiana, D. Dalla Gasperina, I Parroci e la comunità della Parrocchia de SS. Nazaro e Celso in Vico Seprio – Castelseprio, ERA Ed. 2010, Castelseprio. Pg. 3.
[4] P.G. Sironi, Castelseprio Storia e Monumenti, Colombo Tradate  1987. Pg. 42.
[5] G. Fimmanò, A.P. Guenzani, Rovate nel passato: i fatti, il territorio, le famiglie, ed. Colarco, 2003 .pg.87.

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