giovedì 26 settembre 2019


Capitolo LXVI

TRA L’AUSTRIA-UNGHERIA E IL REGNO D’ITALIA




    Milano 18 marzo 1848, ovvero quando quella parte di milanesi, borghese e nobile, che aveva inviso l’austriaco, insorge: le Cinque giornate. Si apriva la stagione della conquista piemontese e la fine di ogni velleità lombarda di autonomia e indipendenza. 
          Carlo Alberto detto il “Tentenna”, re piemontese, vissuto a parigi e figlio di un padre possessivo e arrogante, quando vide presentarsi l’occasione per allargare i confini del suo Piemont, per depredare perché questa è la verità, la ricca landa lombarda ben amministrata dagli austriaci, si decise a muovere verso il Ticino: Le nostre armi, proclamò Carlo Alberto al momento di mettersi in marcia, vengono a porgervi quell'aiuto che il fratello aspetta dal fratello.[1]                        
           Circondato da Ufficiali Incapaci e arruffoni vinse, le battaglie che doveva vincere, con il sangue e con la carne dei soldati scrisse la storia della prima guerra risorgimentale, arrivando alla battaglia di Custoza del 23,24 e 25 luglio, esempio aulico dell’inettitudine degli ufficiali piemontesi, impreparato e disorganizzato, la perse e si squagliò come neve al sole. 
Decise come conseguenza di ritirarsi vigliaccamente, in barba al tanto proclamato spirito unitario riconsegnando di fatto Milano al Radetzky, in cambio dell’assicurazione di potersene andare indisturbato[2]
Il 6 agosto i milanesi videro con i loro occhi e soprattutto iniziarono a conoscere il “fratello” piemontese, il quale alzò i tacchi e ripartì per il suo piemonte con armi bagagli e cassaforte di Milano…. ritornarono gli Austriaci.
Ma si sa la storia non sempre insegna…Non fu tanto lo spirito patriottico ma quanto l’intrallazzo che fece si che Milano alla fine divenne piemontese, questo grazie al  Vittorio Emanuele II in combutta con Napoleone III che fu convinto, costui, non per la bontà dell’ideale ma per le grazie della Contessa di Castiglione ordinata da quel filone del Cavour di diventarne amante e così anche padrona. Napoleone III, giunse in Italia nel 1859, vinse grazie ai 120.000 uomini che si era portato come dote al Savoia, quella che fu definita la battaglia più importante della guerra austro-piemontese-francese a Magenta, consegnando Milano e i suoi territori al suo nuovo destino. 
Il Consiglio Comunale di Milano, per acclamazione aderì a nome della Lombardia. 
Evviva Milano!!!! ancora una volta decide per tutti. 
La Lombardia diviene possesso del regno di sardegna, alias i piemontesi; non è che noi siamo diversi da altri, veniamo “annessi” al Regno di Sardegna, volenti o nolenti e sinceramente sfido chiunque a dire che, a parte la retorica risorgimentale, si sta meglio con i piemontesi, cambia il padrone ma l’andazzo non cambia.. lo scriveva a chiare lettere il Cattaneo!
Anzi … la realtà era ben diversa da come la racconta la vulgata risorgimentale: Milano, allora, poteva considerarsi fra le tre-quattro metropoli europee davvero moderne. Gli abitanti erano 150 mila, fra cui 500 ingegneri, con tanti ospedali quanti a Parigi e scuole obbligatorie e gratuite.
I cittadini si lamentavano per le tasse che ritenevano esose e indicavano l'aquila asburgica bicipite che, per poter mangiare più voracemente i loro risparmi, aveva due becchi.
In realtà la gente del Lombardo-Veneto era soggetta a imposte per il 23 per cento dei redditi, meno dei francesi che arrivavano al 35 e assai distanziati dagli inglesi che erano tartassati per il 44[3].
L'upper class (anche se le generalizzazioni sono sempre un po' imprecise) si distingueva per una consistente ostilità nei confronti degli austriaci. I borghesi, al contrario, erano in larga misura favorevoli al governo di Vienna, soprattutto perché erano loro a essere assunti come impiegati pubblici. Il cosiddetto popolo, invece, rispetto a questa contesa, doveva essere considerato neutrale, occupato com'era a lavorare perché il pane non bastava mai. Ma se proprio i proletari avessero dovuto indicare qualcuno con cui prendersela, avrebbero scartato gli austriaci per scegliere «i padroni». Quando i più poveri riuscivano a entrare a teatro – più raramente alla Scala - per assistere a uno spettacolo, approfittavano del momento degli applausi per sputare dal loggione verso la platea occupata dai ricchi. I «sciuri» avevano modo di occuparsi di politica solo perché qualcun altro si spaccava la schiena per mantenerli, senza che dovessero impegnarsi per tirare a campare[4].
Cosa sappiamo dei peveranzesi e della loro sensibilità risorgimentale? ebbene qualcosa sappiamo ovvero un Peveranzese di 28 anni Saporiti Francesco[5], viene ricercato dalle Autorità Austriache e dichiarato disertore in un primo tempo allor’quando si pubblicano nel 1849 i nomi di coloro che assenti non giustificati vengono invitati a presentarsi presso i pubblici uffici per giustificare tale assenza, poi il nulla, possiamo solo pensare che si di voglia di indossare la divisa non ne avesse molta. L'Austria allora aveva diversi Reggimenti composti da Italiani, che parteciparono alle varie battaglie risorgimentali, e nessuno di loro fu costretto, parteciparono e combatterono con onore in difesa di quella che allora era la loro Patria.
Di certo è che ai Piemontesi l’unica cosa che interessava era appropriarsi ancora una volta dei capitali e dei denari del “ricco” lombardo-veneto e con il solito predatorio sistema mascherato da sogno italiano si preparavano a saccheggiare le casse milanesi e di coloro che ingenuamente credettero al pifferaio piemontese.
Ecco alcuni dati sintetici:
1859 Peveranza con 449 abitanti, retta da un consiglio di quindici membri e da una giunta di due membri, fu inclusa nel mandamento I di Gallarate, circondario IV di Gallarate, provincia di Milano[6].
1861 Alla costituzione nel 1861 del Regno d’Italia, il comune aveva una popolazione residente di 459 abitanti [7].
1866 -  A questa data il comune veniva amministrato da un sindaco, da una giunta e da un consiglio[8], probabilmente gli ultimi che ebbero modo di gestire il nostro piccolo comune e per i quali è giusto ricordarli uno per uno,  eccone la composizione:
Presidente e Sindaco Montalbetti Luigi;
Consiglieri: Saporiti Giuseppe Antonio, Macchi Gio’, Crosta Francesco, Crosta Francesco fu Stefano, Macchi Angelo, Gatti Gaetano, Saporiti Antonio, Saporiti Ambrogio, Saporiti Libero, Crosta Gio’, Crosta Gerolamo, Saporiti Paolo, Saporiti Ambrogio, Carbonoli? Ing Gio’.

Siamo alle soglie di quello che diverrà un epocale cambiamento per la nostra terra, entrare nella sfera perniciosa di Cairate, Ahinoi, serva Peveranza! 
Sia ben chiaro nessuno si lamenta del fatto che un piccolo comune fosse così incamerato da un comune più grande, ci stava e ci sta tutt’ora che avvengano queste aggregazioni, ma qui in questo caso il buon senso e la realtà furono lasciate da parte per andare a costruire un artefatto nucleo che poco aveva da condividere, sia per mentalità sia per attitudine.
Il confine invisibile che aveva separato le terre attraverso il limes delle Pievi di Gallarate e Olgiate aveva una sua natura sociale e sociologica, religiosa e civile consolidata nei secoli; ma il piemontese non ebbe problemi a separare quello che il tempo aveva costruito, creando così le premesse per anni di afflizioni e di prostrazioni ogni qualvolta ci si doveva affacciare all’uscio del Cairatese che non perdeva occasione per far capire che sudditi e non pari si era. 
Quel Cairate ed Uniti scomparve velocemente dai documenti lasciando sempre più come dimostreremo con i fatti la nostra comunità buon ultima in ogni suo bisogno.


[1] Lorenzo del Boca, Indietro savoia, storia controcorrente del risorgimento. Edizioni Piemme 2004,Pg 28
[2] Lorenzo del Boca, Op. Cit.,Pg 35
[3] Lorenzo del Boca, Op. Cit. ,Pg 25
[4] Lorenzo del Boca, op. cit. pg 26
[5] Raccolta di Leggi, notificazioni, avvisi, ecc. emanati nel regno Lombardo-Veneto dal 22 marzo 1848, Compilati da P. Cecchetti, Tipografia Andreola, Venezia, 1853. p. 570.
[6] Civita Istituzioni Lombardia
[7] Civita Istituzioni Lombardia – Censimento del 1861.
[8] Civita Istituzioni Lombardia

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